CineClub 22

Il CineClub 22 di Gubbio è un'Associazione Culturale nata nel 1993 con l'intento di diffondere la cultura cinematografica ed il film d'autore

mercoledì, 31 marzo 2004

BREVE FILMOGRAFIA DI ERMANNO OLMI

BREVE FILMOGRAFIA DI ERMANNO OLMI

(Da "Il Morandini - dizionario dei film" di Laura, Luisa e Morando Morandini)

L'albero degli zoccoli

It. 1978

REGIA: Ermanno Olmi

* 1897-98 nelle campagne della Bassa bergamasca: la vicenda corale di alcune famiglie contadine che lavorano la terra a mezzadria tra duri sacrifici, fatica e dolori, ma con grande dignità. Solenne e sereno, grave e pur lieve come le musiche di Bach che l'accompagnano, il 9o di Olmi è – con Novecento (1976) di B. Bertolucci che è il suo opposto – il più grande film italiano degli anni '70, e l'unico, forse, in cui si ritrovano i grandi temi virgiliani: labor, pietas, fatum. Gli sono stati rimproverati, come limiti, una rappresentazione idealizzata, perché troppo lirica, del mondo contadino, la cancellazione della lotta di classe, la rarefazione spiritualistica del contesto sociale. È indubbio che al versante in ombra (grettezza, avidità, violenza, odi feroci) del mondo contadino Olmi ha fatto soltanto qualche accenno, e in cadenze bonarie, ma anche in quest'occultamento è stato fedele a sé stesso e alla sua pietas. Girato con attori non professionisti. Il sonoro originale fu doppiato dagli stessi interpreti contadini e operai in un dialetto italianizzante. Alcune copie circolarono con sottotitoli in italiano nei dialoghi più ostici. Venduto in un'ottantina di nazioni. Palma d'oro a Cannes.

GENERE: Dramm. DURATA: 170' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 5 PUBBLICO: 3

La leggenda del santo bevitore

It.-Fr. 1988

REGIA: Ermanno Olmi

ATTORI: Rutger Hauer, Anthony Quayle, Sandrine Dumas, Dominique Pinon

* Ricevuti misteriosamente in prestito 200 franchi, barbone alcolizzato fa molti incontri d'amore e d'amicizia finché s'avvia, in una ventosa mattina, a saldare il debito. A livello stilistico è forse il film più maturo di E. Olmi, certamente il più raffinato: la sua Parigi, paesaggio dell'anima, è straordinaria. Ha una splendida 1ª parte, una zona centrale un po' ripetitiva e prolissa, riprende quota nella conclusione. Non c'è più, forse, la leggerezza delle sessanta stringate pagine del racconto lungo Die Legende vom heiligen Trinker (1939) di Joseph Roth, ma, dopo averlo visto, nessuno lo leggerà o rileggerà come prima. Olmi ci aiuta a capirlo meglio, a penetrarlo in profondità. L'interpretazione dell'olandese Hauer è una delle sue carte vincenti. Sceneggiato da Olmi con Tullio Kezich. Leone d'oro a Venezia.

GENERE: Dramm. DURATA: 125' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 4 PUBBLICO: 3

AUTORE LETTERARIO: Joseph Roth

Lunga vita alla signora!

It. 1987

REGIA: Ermanno Olmi

ATTORI: Marco Esposito, Simona Brandalise, Stefania Busarello, Simona Dalla Rosa, Lorenzo Paolini

* Attraverso gli occhi di ragazzi che hanno appena finito la scuola alberghiera e vanno a servire in un castello per la festa di compleanno di un'anziana e potente signora, una panoramica sull'umanità assetata di potere e di ambizioni che si siede a quella tavola. Una storia semplice, come tutte quelle di E. Olmi, raccontata con impegno e serietà da un uomo che crede in quel che fa, un po' appesantita da qualche rigidità oratoria o da ambizioni metaforiche fuori fuoco.

GENERE: Comm. DURATA: 109' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 3 PUBBLICO: 2

Il mestiere delle armi

It.-Fr.-Germ. 2001

REGIA: Ermanno Olmi

ATTORI: Hristo Jivkov, Sergio Grammatico, Dimitar Ratchkov, Dessy Tenekedjieva, Sandra Ceccarelli, Giancarlo Belelli

* Nel novembre 1526 Joanni de' Medici, capitano di ventura al soldo di papa Clemente VII, suo zio, conduce azioni di guerriglia a nord del Po per fermare la marcia su Roma degli Alemanni dell'imperatore Carlo V, guidati da Zorzo Frundsberg. Ferito dalla palla di un falconetto, dopo quattro giorni di agonia per cancrena, muore in Mantova a soli ventott'anni. Alla vigilia dei 70 anni, ribaltando la tesi di Condottieri (1937) di L. Trenker che fece di Joanni un precursore di Mussolini, attento alla lezione di R. Rossellini e A. Tarkovskij, trovata la Padania in Bulgaria, E. Olmi fa il suo 1o film “epico” in cadenze antiepiche che è, in filigrana, una meditazione sulla morte di profondo respiro religioso e di forte tensione etica, ma anche sull'onore, il coraggio, il dolore, la metamorfosi tecnologica della guerra che la rende ancora più disumana. Il film più costoso e difficile della sua quarantennale carriera è anche stilisticamente il più libero, affrancato da convenzioni e stereotipi del grande spettacolo, di semplicità raffinata nella scrittura, potente nei veloci scorci di battaglie, attenta alla cultura materiale e ai volti dei bambini. Magnifica fotografia del figlio Fabio Olmi. Determinante nel condurre le immagini, soprattutto nel Requiem, l'apporto musicale di Fabio Vecchi. Premi Sacher per il miglior film dell'anno e per S. Ceccarelli.

GENERE: Dramm. DURATA: 105' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 4 PUBBLICO: 3

Il posto

It. 1961

REGIA: Ermanno Olmi

ATTORI: Sandro Panseri, Loredana Detto, Tullio Kezich, Mara Revel, Bice Melegari

* Un ragazzo di Meda (MI), figlio di operai, s'accinge a trovare un posto di avventizio in una grande azienda milanese. Un'ora e mezzo per una storia così esile? Eppure non si hanno né divagazioni né indugi. Tutto si tiene. Dopo i capitoli leggeri e lirici della 1ª parte (l'idillio del protagonista con una coetanea: è L. Detto che diventerà moglie di Olmi e madre dei suoi figli) si affronta il tema centrale: la presa di contatto di Domenico (un S. Panseri paragonato a Keaton giovane), ancora integro nella sua freschezza di adolescente, col desolato e triste mondo impiegatizio. Che prezzo dovrà pagare per il posto, per il lavoro? 2o in ordine cronologico, è il 1o vero film lungo di Olmi a livello produttivo, e gli diede notorietà internazionale.

GENERE: Comm. DURATA: 93' FOTOGRAFIA: BN VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 3,5 PUBBLICO: 3

I recuperanti

It. 1970

REGIA: Ermanno Olmi

ATTORI: Antonio Lunardi, Andreino Carli, Alessandra Micheletto

* Tornato a casa sull'altopiano di Asiago nel 1945 dopo la prigionia, Gianni fatica a trovar lavoro. Il vecchio Du lo invita ad aiutarlo a recuperare i residuati metallici (bombe inesplose) della guerra 1915-18. Profondamente radicato nella realtà dell'altipiano dei Sette Comuni, di cui restituisce la dimensione dell'avventura (e della libertà nell'avventura), ma anche riflessione sulla demenza tragica della guerra, è il raro caso di un film d'autore che nasce da un'esperienza collettiva, tagliato su misura sul favoloso personaggio del vecchio Du (Toni Lunardi) che è perno, motore, anima della storia. Questo gran vecchio non ha interpretato il film da attore occasionale: se ne è impadronito fino a diventare lui stesso il film. Scritto con Mario Rigoni Stern e Tullio Kezich. Prodotto e trasmesso dalla RAI.

GENERE: Dramm. DURATA: 96' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 3,5 PUBBLICO: 2

Il segreto del bosco vecchio

It. 1993

REGIA: Ermanno Olmi

ATTORI: Paolo Villaggio, Giulio Brogi, Riccardo Zannantonio, Lino Pais Marden, Luciano Zandonella

* Amministratore, per conto del nipote (R. Zannantonio), delle terre che comprendono il “bosco vecchio”, il colonnello in pensione Sebastiano Procolo (P. Villaggio) è disposto a tutto per diventare il padrone della zona, persino a eliminare il ragazzo, ma si pente, ci ripensa e si converte. Da un racconto animista (1935) del giovane Dino Buzzati, fiabesco ma già stregato, E. Olmi ha cavato una favola (troppo lunga) dove non soltanto parlano gli animali, persino gli insetti, ma prendono la parola anche le ombre e i venti. Favola che è anche una parabola cristiana ed ecologica sul rispetto per gli altri e per la natura, sul potere e l'avidità. Impregnato di un estetismo in bilico tra Bambi e il “National Geographic”, un po' inamidato in un accademismo stilistico incline all'oratoria, ha più di un passaggio e di un paesaggio di incantata suggestione lirica, come il notturno concerto del Vento Matteo che ha la voce di Omero Antonutti e il mesto, eppur epico finale. Apprezzabili la fotografia di Dante Spinotti e P. Villaggio che dà al colonnello e alla sua maligna tristezza i modi ieratici di un attore kabuki. Girato nella zona dolomitica tra Auronzo e il Passo Tre Croci.

GENERE: Fiab. DURATA: 134' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 2,5 PUBBLICO: 2

AUTORE LETTERARIO: Dino Buzzati

scritto da: cine22 alle ore 11:04 | link | commenti | popup commenti | Top
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venerdì, 26 marzo 2004

Avviso ai naviganti n. 2

Avviso ai naviganti n.2

Per accordi intercorsi con il gestore del cinema Italia, il film di Matteo Garrone "Primo amore", in programma per il giorno 7 aprile 2004, verrà rinviato a data da destinarsi. Al suo posto verrà proiettato il film di Mel Gibson "La passione di Cristo". Ferme restando le condizioni che regolano gli ingressi per i soci del Cineclub 22, il gestore comunica che, per l'occasione non sarà possibile consentire ingressi omaggio. Pertanto il film sarà comunque conteggiato tra quelli della rassegna e i soci potranno usufruire dell'omaggio eventualmente maturato in occasione delle proiezioni successive.Un grande grazie a tutti i soci per il sostegno che hanno dato finora alla iniziativa e un arrivederci alla prossima "visione".

scritto da: cine22 alle ore 12:49 | link | commenti | popup commenti | Top
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La quinta visione: Calendar Girls

La quinta "visione":

"Calendar Girls" di Nigel Cole

Questa volta c'ero anch'io. Superata la sindrome influenzale a vantaggio della sindrome cinefila, eccomi di nuovo in sala a spiare le mosse di Nigel Cole. Un regista che ha scelto il filone della trasgressione leggera, passando attraverso l'erba di Grace e accostandosi ai vari "Full monthy" e "Svegliati, Ned!". Tramontato da tempo il luogo comune "Niente sesso, siamo inglesi", la stessa materia, proibita nel tempo che fu della regina Vittoria, viene spalmata leggermente su ogni pellicola, per dare all'argomento quel leggero sapore piccante che sembra diventato essenziale nella cucina della cosidetta British Renaissance, nella quale si preparano gran parte dei piatti cinematografici del cinema d'oltre Manica. Tutto procede per il meglio, con risate e lacrime a volontà. Stona, purtroppo, e fa cadere l'interesse per la storia, l'escursione americana in quel di Hollywood, che sembra qualcosa di appiccicato e di falso, una specie di maxi spot, fatto tanto per accontentare il coproduttore made in USA. Potenza del dollaro sulla sterlina, il cinema più snob nei confronti delle majors d'oltre oceano, si fa piccolo piccolo fino al punto di perdere il senso della vicenda. Emblematica l'inquadratura della protagonista, smarrita nel mega set della produzione americana, attraverso la quale anche il regista sembra interrogarsi sul senso della sua presenza negli studios e chiedersi: "Che ci faccio qui?". Gradevole il messaggio finale, che ricorda ai distratti e ai superficiali che, dopo una scelta così radicale quale quella di "mettersi a nudo", nulla può essere come prima.

scritto da: cine22 alle ore 12:30 | link | commenti | popup commenti | Top
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mercoledì, 24 marzo 2004

FILMOGRAFIA DI NIGEL COLE

FILMOGRAFIA DI NIGEL COLE

(Da "Il Morandini - dizionario dei film" di Laura, Luisa e Morando Morandini)

L'erba di Grace

Saving Grace (GB 2000)

REGIA: Nigel Cole

ATTORI: Brenda Blethyn, Craig Ferguson, Martin Clunes, Tchéky Karyo, Phyllida Law

* Vedova di un marito infedele e speculatore fallito che l'ha lasciata con un debito di 300.000 sterline, Grace, ingenua di mezza età con il pollice verde, si mette a coltivare in quantità industriale la marijuana (in gergo, maria, mariagiovanna, canna, erba). È coperta dalla tollerante complicità della piccola comunità, prete e poliziotto compresi, di Port Liac (Cornovaglia) che non a caso vanta antiche tradizioni di pirateria e contrabbando. 1o film di N. Cole che l'ha scritto con Mark Crowdy, è una commedia leggera, esilarante e non priva di facili e accattivanti furbizie (tra cui il finale politicamente corretto) che diventa un manifesto delle tesi antiproibizionistiche in materia di droghe leggere. Le dà l'acqua della vita – e l'euforia del fumo – la deliziosa B. Blethyn, memorabile protagonista di Segreti e bugie (con la voce di Lorenza Valla). Si calcola che siano più di 45 milioni (di cui più di un terzo nel Regno Unito) i consumatori di marijuana nell'Unione Europea.

GENERE: Comm. DURATA: 95' VISIONE CONSIGLIATA: G

CRITICA: 3 PUBBLICO: 3

scritto da: cine22 alle ore 12:54 | link | commenti (1) | popup commenti (1) | Top
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venerdì, 19 marzo 2004

Avviso ai naviganti

Avviso ai "naviganti"

Per una improvvisa e imprevista sindrome influenzale, ho mancato la quarta "visione", Anything else - film al quale tenevo particolarmente per il mio affetto nei confronti di Woody. Se qualche "navigante" si trovasse a passare da queste parti, mi piacerebbe un suo commento sulla "visione", a luci accese. A presto e ad altre visioni.

scritto da: cine22 alle ore 11:37 | link | commenti (6) | popup commenti (6) | Top
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mercoledì, 17 marzo 2004

BREVE FILMOGRAFIA DI WOODY ALLEN

BREVE FILMOGRAFIA DI WOODY ALLEN

(Da "Il Morandini - dizionario dei film" di Laura, Luisa e Morando Morandini)

L'elenco, per la verità ampiamente incompleto, è rivolto a quanti intendono approfondire, attraverso la visione di altri film, le tematiche principali trattate da Woody Allen nelle proprie opere e, in generale, il personaggio Allen stesso, così come emerge dai ruoli che prevalentemente interpreta. Compresi nell'elenco ci sono film dei quali Allen non ha curato la regia, ma in cui, come interprete, ha lasciato un'impronta così indelebile e profonda da far passare in secondo piano chi li ha diretti.

Prendi i soldi e scappa

Take the Money and Run (USA 1969)

REGIA: Woody Allen

ATTORI: Woody Allen, Janet Margolin, Marcel Hillaire, Jacquelyn Hyde, Lonny Chapman

* Un tipetto timido di Baltimora cerca di vincere il suo complesso di inferiorità con una carriera di criminale, ma non ne ha la vocazione. 1o film di Allen regista: una catena di gag divertenti, ingabbiate in una struttura parodistica (del cinema gangster, carcerario, ecc. e del giornalismo televisivo d'inchiesta), che talvolta sconfinano nel territorio dell'assurdo in efficace equilibrio tra l'umorismo verbale e la comicità visiva. Distribuito in Italia dopo Il dittatore dello stato libero di Bananas.

GENERE: Comico DURATA: 85' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 3 PUBBLICO: 3

Il dittatore dello Stato Libero di Bananas

Bananas (USA 1971)

REGIA: Woody Allen

ATTORI: Woody Allen, Louise Lasser, Carlos Montalban, Natividad Abascal, Howard Cosell

* Deluso in amore, giovanotto americano parte per Bananas, piccola repubblica sudamericana, dove, dopo varie vicissitudini, viene nominato presidente dei rivoluzionari al potere e come tale torna negli Stati Uniti. 2o film di Allen regista. “Scandalosamente divertente” scrissero. Una collana di gag comiche ottime, discrete, mediocri. Uno dei suoi film più anarchici, comunque. C'è anche Sylvster Stallone in una particina di cattivo.

GENERE: Comico DURATA: 82' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 2,5 PUBBLICO: 4

Provaci ancora, Sam

Play It Again, Sam

USA 1972

REGIA: Herbert Ross

ATTORI: Woody Allen, Diane Keaton, Tony Roberts, Jerry Lacy, Susan Anspach, Jennifer Salt

* Nevrotico e inibito critico cinematografico di San Francisco, divorziato, vede apparire al proprio fianco il fantasma (J. Lacy) del Bogart di Casablanca come una specie di angelo custode e, vincendo la propria timidezza, cerca di imitarlo. Scritto da W. Allen che l'ha tratto da una sua commedia di successo (1969) in 3 atti, replicata sul palcoscenico per 453 volte, è un film brillante, armonioso, un po' verboso, con personaggi psicologicamente ben definiti, che contribuì alla nascente popolarità di Allen più delle 2 regie precedenti (Prendi i soldi e scappa e Il dittatore dello stato libero di Bananas). Il titolo riprende una celebre battuta di Casablanca (1942) in cui Ingrid Bergman, rivolta al pianista nero, dice: “Play it, Sam” (Suonala, Sam). Il personaggio di Allen si chiama Allan Felix nell'originale, ma fu ribattezzato Sam in Italia perché i distributori pensarono che non si capisse l'allusione.

GENERE: Comm. DURATA: 87' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 3 PUBBLICO: 3

AUTORE LETTERARIO: Woody Allen

Il prestanome

The Front (USA 1976)

REGIA: Martin Ritt

ATTORI: Woody Allen, Zero Mostel, Michael Murphy, Herschel Bernardi, Andrea Marcovicci, Danny Aiello

* Uno squattrinato cassiere di un bar accetta di fare da prestanome a un amico sceneggiatore caduto in disgrazia e si trova coinvolto nelle vicende delle liste nere del maccartismo. W. Allen è uno dei punti di forza del film, Z. Mostel è efficace: l'impiego di questi due attori comici in funzione drammatica è uno degli aspetti più interessanti della storia. Scritto da Walter Bernstein (la cui sceneggiatura concorse all'Oscar), è il 1o dei 2 film hollywoodiani che hanno rievocato il vergognoso periodo della “caccia alle streghe” (comuniste) a cavallo tra gli anni '40 e '50.

GENERE: Comm. dramm. DURATA: 94' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 3 PUBBLICO: 2

Manhattan

Manhattan (USA 1979)

REGIA: Woody Allen

ATTORI: Woody Allen, Diane Keaton, Mariel Hemingway, Michael Murphy, Anne Byrne, Meryl Streep, Tisa Farrow

* Episodi sentimentali nella vita sessuale di uno scrittore televisivo di New York la cui ultima moglie (M. Streep) l'ha abbandonato per una donna. In questo poema d'amore per una Manhattan interiorizzata e sognata, calata nel sublime bianconero di Gordon Willis o accarezzata dalle canzoni di George Gershwin, più che la vicenda contano i personaggi e il tono con cui sono raccontarti. Dramma in cadenze leggere di commedia: la summa di W. Allen di cui è per molti critici e spettatori il film preferito, quello che resterà. Agli Oscar, infatti, non fu nemmeno nominato.

GENERE: Comm. DURATA: 96' FOTOGRAFIA: BN VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 4 PUBBLICO: 3

Misterioso omicidio a Manhattan

Manhattan Murder Mystery (USA 1993)

REGIA: Woody Allen

ATTORI: Woody Allen, Diane Keaton, Alan Alda, Anjelica Huston, Jerry Adler

* 1o film dopo il pasticciaccio brutto con Mia Farrow (i riferimenti non mancano) dove W. Allen ritrova lo sceneggiatore Marshall Brickman (Il dormiglione, Io e Annie, Manhattan) e torna a far coppia con la pimpante D. Keaton. È un giallorosa con epilogo a suspense: convinta che la morte per infarto di una vicina di casa sia un uxoricidio, moglie curiosa induce il riluttante consorte e un ex corteggiatore a indagare sul caso. Sviluppi imprevisti: i delitti sono due, ma i cadaveri sono scomparsi. Un po' intorcinata e imballata, la commedia s'affida a un dialogo frizzante ad alta velocità e alla bravura luministica di Carlo Di Palma.

GENERE: Comm. DURATA: 107' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 3 PUBBLICO: 3

La dea dell'amore

Mighty Aphrodite (USA 1995)

REGIA: Woody Allen

ATTORI: Woody Allen, Helena Bonham Carter, Mira Sorvino, F. Murray Abraham, Claire Bloom, David Ogden Stiers, Jack Warden, Peter Weller

* Giornalista sportivo e gallerista, sposati senza figli, adottano un bambino. Anni dopo, mentre il matrimonio è in crisi, lui va alla ricerca della madre del piccolo. Scopre che fa la pornodiva squillo, cerca di redimerla. È il più divertente, ma non il migliore, dei 7 film scritti e diretti da Allen nei primi anni '90. Due novità: il coro greco, semovente dal teatro di Taormina alle strade di New York, che commenta lo svolgimento dei fatti e cerca invano di interferirvi, trasformandosi infine in un balletto da musical; e la spregiudicatezza dei dialoghi in materia sessuale. Ottima Mira Sorvino – premio Oscar 1996 come attrice non protagonista – nella parte di un'oca bionda.

GENERE: Comm. DURATA: 95' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 3,5 PUBBLICO: 4

Harry a pezzi

Deconstructing Harry (USA 1997)

REGIA: Woody Allen

ATTORI: Woody Allen, Richard Benjamin, Billy Crystal, Judy Davis, Amy Irving, Demi Moore, Robin Williams, Elisabeth Shue, Kirstie Alley

* Tre mogli, sei analisti, molte amanti e innumerevoli scopate randagie, Harry Block è uno scrittore sessantenne ebreo che cerca di mettere ordine nel caos della propria vita, raccontandola nei suoi libri. Nel suo 28o film W. Allen si è scritto addosso il personaggio più sgradevole della sua carriera, come se fosse modellato su quel che il perbenismo yankee pensa di lui. Oltre ai difetti che ha, Block si dichiara in bancarotta spirituale e in fase di blocco creativo. Uomo deplorevole è, come intellettuale laico, una persona seria: dichiara il suo agnosticismo in materia religiosa e denuncia ogni forma (anche quella ebraica) di integralismo, fondamentalismo, vittimismo, tradizionalismo fanatico. Personaggio rischioso in un film a rischio: decostruito, senza una vera trama, frantumato in ritorni all'indietro, invenzioni surreali, variazioni sul tema del doppio, deviazioni farsesche o oscene, parentesi drammatiche, omaggi ai suoi idoli (Kafka, Proust, Bergman, Fellini) e almeno due prestiti. È anche molto divertente. Non soltanto per il fuoco di fila delle battute, ma per le invenzioni di regia tra cui quella geniale di R. Williams “fuori fuoco”. Onore anche a Carlo Di Palma che forse ha messo lo zampino nella discesa agli inferi, ispirata a Maciste all'inferno (1926), film muto italiano. E onore a J. Davis, la migliore dei 19 attori del cast in ordine alfabetico: il dialogo con la sorella è da antologia.

GENERE: Comm. DURATA: 96' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 4 PUBBLICO: 3

La maledizione dello scorpione di giada

The Curse of the Jade Scorpion (USA 2001)

REGIA: Woody Allen

ATTORI: Woody Allen, Helen Hunt, Dan Aykroyd, Elizabeth Berkley, Charlize Theron, Brian Markinson, Wallace Shawn

* New York, anni '40. C.W. Briggs, anziano investigatore di una società d'assicurazioni, e la sua nuova detestata superiore, la sgomitante Betty Ann Fitzgerald, sono vittime di un illusionista che li costringe, sotto ipnosi indotta da uno scorpione di giada e da una parola magica, a commettere furti sui quali, al risveglio, devono indagare. Happy end d'obbligo. Opus n. 34 del regolarista W. Allen, il 1o prodotto dalla Dreamworks (S. Spielberg), con la stessa squadra degli ultimi film di cui, senza essere ripetitivo, ripete la formula comica. Commedia d'intreccio che è, insieme, un omaggio al noir degli anni '40 e, specialmente nel personaggio di H. Hunt, alle commedie sofisticate dello stesso periodo con qualcosa in più: la confusione tra due piani della realtà, la vissuta e l'immaginaria. Nulla di originale, ma un congegno perfetto dove, tra battute come ciliegie, ironie e sberleffi, “si sente lo sfrigolio del fosforo” (Ermanno Comuzio).

GENERE: Comm. DURATA: 102' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 3 PUBBLICO: 3

scritto da: cine22 alle ore 18:06 | link | commenti | popup commenti | Top
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martedì, 16 marzo 2004

La quarta visione: Anything else

La quarta "visione":

"Anything else" di Woody Allen

Ci fa piacere sapere, si può dire da sempre, che anche Woody è con noi "oltre la Fabbrica dei Sogni". Ecco cosa pensa il regista del "cinema hollywoodiano di oggi, che invade sempre più massicciamente gli schermi mondiali" (da "Conversazione con Woody Allen" di Jean-Michel Frodon - Einaudi editore).

"[] E' una vergogna. E ancor più grave a parer mio è che tutto il mondo copia gli Stati Uniti, il peggio di ciò che si fa negli Stati Uniti. Scoprire McDonald's a Parigi, vedere sui vostri schermi quanto c'è di più mediocre della nostra "cultura televisiva" mi sconvolge. Constatare che queste sono le uniche cose che esportiamo mi affligge. Ma devo confessare che - egoisticamente - quel che mi addolora maggiormente è che noi, negli Stati Uniti, non abbiamo un più ampio accesso alle grandi realizzazioni del resto del mondo. Non c'è più spazio per il cinema d'arte e d'essai, mentre invece potrebbe esserci posto per entrambi, i film commerciali e quelli più ambiziosi. C'è stata un'epoca, ad esempio, in cui tutti i grandi registi francesi venivano negli Stati Uniti con i loro film. Si sapeva, si andava a vederli, e ciò rappresentava un'occasione di arricchimento. Oggi invece non c'è posto per loro". E più avanti, a proposito do registi americani ed europei: "Ogni volta che rivedo un film di Capra o di Ford, ..., mi viene da pensare a un dessert delizioso. Invece un grande film europeo è come un pasto completo e nutriente". Ben detto, vecchio Woody! Meriti un posto a capotavola alla mensa dei cine-gastronomi. Siamo pronti ad assaggiare la tua "visione" e siamo certi che non si tratterà di un hot dog.

scritto da: cine22 alle ore 16:32 | link | commenti | popup commenti | Top
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martedì, 09 marzo 2004

La terza visione: Rosenstrasse

La terza "visione":

"Rosenstrasse" di Margarethe von Trotta

Una breve nota, in ritardo questa volta, a "visione" avvenuta, su Margarethe von Trotta e la sua "Weltanschauung" tutta al femminile. Che l'autrice sia una "visionaria", nel significato positivo del termine, è fuori dubbio: immagina e presenta un mondo in cui la donna possa ricoprire un ruolo propulsore, motore e cinghia di trasmissione di un universo in divenire, nel quale non si rassegna a adempiere ai compiti di moglie e madre che la società dei maschi le intende perennemente affidare. Questa sua insofferenza per i ruoli staticamente assegnati e apparentemente immutabili non può che trasformarsi in rivolta e non può che generare sofferenza e tormento nei suoi personaggi, da Katharina Blum a "Rosa L." a Marianne de "Gli anni di piombo". Certo, Margarethe von Trotta è autrice e donna fuori dagli schemi: lei, con quel tanto di aristocratico che il "von" sta sempre a ricordare. L'autrice assomiglia e, forse, questa volta tende ad identificarsi con Lena, eroica protagonista dell' ultimo lavoro, "Rosenstrasse": non più sconfitta e umiliata, ma felice ed appagata al termine della vicenda, perché non esita ad andare incontro a dolori e sofferenze, pur di realizzare la propria felicità e la propria esistenza. Non piace von Trotta a quanti vorrebbero separare i fatti dalle opinioni, l'opera d'arte dall'ideologia che essa spesso sottende, non piace a Mereghetti, che giudica le sue creazioni troppo intrise di elementi ideologici per poter assurgere ad opera d'arte completa. Ma, se credere fino in fondo nella propria "visione" aiuta a cercare la propria strada di autore ed artista, ben venga l'ideologica ispiratrice e "serenatrice". La ricerca di una via del cinema al femminile è impresa ardua e contrastata: buon viaggio, Margarethe!

scritto da: cine22 alle ore 16:28 | link | commenti | popup commenti | Top
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lunedì, 08 marzo 2004

Quante volte, signor Von Trier ?

Quante volte, signor Von Trier ?

Lars Von Trier, firmatario del manifesto DOGMA 95, con il quale si impegnava a rispettare il "voto di castità", non ha resistito anche nell'ultimo film "Dogville" ad infrangere ampiamente alcune delle regole previste. Esaminiamo i singoli punti nei dettagli.

1. I film dovranno essere girati sul campo. Né scene né attrezzi di scena dovranno essere introdotti (se un certo attrezzo sarà necessario alla trama, si dovrà scegliere un ambiente dove questo sia reperibile). L'intero film è ambientato in un set artificiale, con una scenografia da azione teatrale; il rispetto di questo punto si gioca su una fortissima ambiguità: se è vero, infatti, che il film è girato "sul campo", è altrettanto vero che sia scene che attrezzi di scena vengono effettivamente introdotti. D'altronde, non si può negare che un palcoscenico possa essere un ambiente dove è possibile reperire attrezzi necessari alla costruzione della scena. Giudizio: assolto per insufficienza di prove.

2. Il sonoro non sarà mai prodotto in sede separata rispetto all'immagine e viceversa (nessuna musica sarà ammessa, eccetto quella prodotta contemporaneamente e contestualmente alle riprese). Parte del sonoro e della musica non sembra essere prodotta "naturalmente" dalle fonti sonore presenti in scena. Cigolii di porte inesistenti, abbaiare di un cane disegnato con il gesso, sono la prova tangibile della trasgressione di questa norma. Giudizio: colpevole.

3. La macchina da presa sarà sempre portatile e trasportata a mano. Sono ammessi tutti i movimenti e tutte le immobilità così ottenuti (non è il film che deve aver luogo dove è posizionata la macchina, sono le riprese che devono attuarsi dove hanno luogo le scene). L'evidente difficoltà di far fermare la macchina da presa su una inquadrature fissa, almeno per un tempo sufficiente a stabilizzare la visione a vantaggio di uno spettatore in preda a perenni vertigini, costituisce la prova tangibile del rispetto di questa regola. Fa senz'altro sorridere l'idea delle "immobilità" ottenute con una macchina da presa "trasportata a mano": di esse non c'è traccia nell'intero film. L'ambiguità introdotta con la scelta dell'ambientazione si risolve a favore del regista in merito al fatto che le riprese si attuano "dove hanno luogo le scene". Giudizio: assolto con formula dubitativa.

4. Il film sarà necessariamente a colori. Non sarà ammessa nessuna illuminazione speciale (se la luce è troppo forte e comporta la sovraesposizione, la scena verrà tagliata oppure sarà attaccata alla macchina un'unica lampada). Il trascorrere del tempo, ore, giorni, stagioni, tutto è regolato artificialmente, con "illuminazione speciale". D'altra parte, non si vede come si possa fare altrimenti, considerate le condizioni nelle quali viene filmata l'azione, cioè assoluta artificialità degli scenari. Giudizio: assolto con formula dubitativa.

5. Sono proibiti giochi ottici e filtri. Come sopra: impossibile trasformare una necessità in virtù, ma più impossibile ancora trasformare una necessità in un vizio. Giudizio: assolto con formula piena.

6. Il film non dovrà contenere nessun'azione superficiale (omicidi, armi ecc. non devono essere inclusi). Su questo, soprattutto nel finale, scivola il signor Von Trier: forse la lunga astinenza, alla quale lo ha costretto per troppo tempo il voto di castità, deve prima o poi trovare il proprio sfogo. Non ci siamo: l'efferatezza di certe inquadrature e l'assoluta "superficialità" di certe azioni possono trovare una giustificazione solo nelle eccessive sofferenze inflitte a Grace dagli abitanti di Dogville. Lo spettatore può arrivare a giustificare un finale adeguatamente catartico, ma, intanto, il voto è stato infranto nuovamente. Giudizio: colpevole.

7. L'alienazione, sia temporale che geografica, è proibita (la storia avrà luogo qui ed ora). Mentre l'azione non sembra poter essere facilmente collocabile nello spazio, a causa della estrema stilizzazione della scenografia, lo è maggiormente nel tempo (si desume da vari particolari che siamo nel periodo della grande depressione). Addio, quindi, al "qui e ora". Giudizio: colpevole.

8. Non sono ammessi film di genere. Difficile individuare, fin dalle prime battute, a quale genere far risalire il film e su questo punto il signor Von Trier ha saputo glissare abilmente. Giudizio: non colpevole.

9. Il formato deve essere Academy 35 mm. Forse il risultato finale è stato riversato in questo formato, ma rimane difficile pensare che la macchina a mano abbia potuto registrare immagini su una pellicola 35 mm. Si sospetta, piuttosto, che l'autore - che è nel contempo anche operatore - si sia servito di videocamere digitali, ma non se ne hanno le prove. Giudizio: assolto per insufficienza di prove.

10. Il nome del regista non sarà citato nei titoli. Dopo tanto giuramenti, è stato proprio questo il primo voto infranto dall'autore, fin dai film realizzati immediatamente dopo aver pronunciato il voto. La vanità è troppo forte da reprimere e, forse, andava fatta da parte degli autori una più profonda riflessione in merito alle decisioni che andavano a prendere. Insomma, il gusto personale conta sempre, l'estetica non si può assolutamente eliminare da un'arte che ha fatto dell'immagine il proprio oggetto e il proprio soggetto. L'artista resta , sempre e comunque, un uomo, un individuo con gusti e scelte personali. Giudizio: colpevole, senz'altro colpevole.

scritto da: cine22 alle ore 15:32 | link | commenti (1) | popup commenti (1) | Top
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Fuori programma......

Fuori programma...

8 marzo 19...:

La morte è la curva della strada,

morire è solo non esser visto.

Se ascolto, odo il tuo passo

esistere come io esisto.

(Fernando Pessoa)

Ciao, Edoardo!

scritto da: cine22 alle ore 12:40 | link | commenti (1) | popup commenti (1) | Top
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domenica, 07 marzo 2004

Rosenstrasse

Rosenstrasse

(Germania 2003) Regia: Margarethe von Trotta
Interpreti:
Katja Riemann, Maria Schrader, Jürgen Vogel, Martin Feifel, Fedja van Huêt, Nina Kunzendorf

La storia: Margarethe Von Trotta torna a raccontare una storia di donne, coraggiose e intraprendenti, legate fra loro da un legame speciale, quale che sia il loro rapporto di sangue o di razza.
Partendo da un avvenimento realmente accaduto, la regista tedesca fa intrecciare le storie di tre donne, Hanna, giovane americana dei giorni nostri (Maria Schrader), Lena, novantenne berlinese e Ruth (Jutta Lampe), madre di Hanna.

La sceneggiatura prende spunto dalla protesta che nel '43, durante la dittatura nazista in Germania, vide protagoniste migliaia di donne ariane che sostavano giorno e notte in Rosenstrasse, davanti al palazzo dove erano rinchiusi i mariti ebrei in attesa di essere deportati.
La Von Trotta dirige con mano sicura, intrecciando passato e presente e seguendo la ricerca di Hanna per scoprire il passato della madre. Infatti l'infanzia di Ruth è rimasta un segreto persino per la sua famiglia. Interrogando Lena, Hanna verrà a sapere che la madre, figlia di un matrimonio misto, vide scomparire l'unico genitore rimastole in una di queste case dell'oblio e venne salvata da Lena stessa, una delle donne-coraggio della Rosenstrasse.

Assistiamo così ad un continuo salto da un periodo storico all'altro, legati insieme da questo scavo alla ricerca di un'esperienza insabbiata, sia nella Storia ufficiale, che in quella personale di Ruth.

Altro punto a favore per la regista tedesca è la capacità di creare personalità sfaccettate, psicologicamente molto approfondite e con cui lo spettatore entra subito in empatia.
Peccato che però l'autrice punti moltissimo anche sul patetico. Complice un'intensa
Katja Riemann nella parte di Lena da giovane (interpretazione che le è valsa la coppa Volpi al Festival di Venezia), il film evita scene di violenza e spinge fortissimo sul pedale del melodramma, perdendo così parte del suo spirito di denucia e ricostruzione storica e trasformandosi nell'ennesimo polpettone lacrimevole.
La Von Trotta dimostra una notevole tecnica, anche se utilizza un ritmo forse un pò troppo lento. Viene da pensare che però questo rallentamento sia voluto per rendere lo spettatore più partecipe dello stillicidio che le donne della Rosenstrasse dovettero patire per giorni e giorni.

Tutto considerato il film è gradevole da seguire, anche se dispiace che l'autrice dimentichi la ricerca introspettiva e psicologica che compie sui suoi personaggi per inseguire la lacrima facile. Cosa che peraltro le riesce benissimo. Infatti il risultato è garantito..

Commenti. In Germania, dove e' uscito a settembre del 2003, il film e' stato criticato duramente da alcuni storici tedeschi, che hanno accusato la von Trotta di aver ''romanzato'' gran parte degli eventi. ''Hanno detto che mi sono inventata tutto, ma questo e' un film di fiction non un documentario'' si difende la regista che, tuttavia, spiega di essersi avvalsa della consulenza di diversi storici, tra i quali il figlio, e della testimonianza di due delle donne che scesero in strada in quei giorni. ''In molti mi hanno criticato per essere stata troppo buona nella descrizione degli ufficiali tedeschi. Ma non volevo correre il rischio di cadere nel solito cliche'. La verita' e' gli agenti della Gestapo e le SS fecero ben di peggio di quello che si vede in 'Rosenstrasse'''. ''E' sempre uno shock per noi tedeschi vedere di quanta cattiveria furono capaci -dice la regista- La loro crudelta' e' una realta' con la quale, ancora oggi, facciamo fatica a confrontarci. Vorremmo non accettarlo, ma e' tutto documentato e non mostrarlo equivarrebbe a raccontare una menzogna. Bisogna pero' distinguere tra la Gestapo e i normali agenti di polizia, persone che non avevano l'obbligo di essere iscritte al partito ed erano spesso piu' umane''.








scritto da: cine22 alle ore 23:35 | link | commenti | popup commenti | Top
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BREVE FILMOGRAFIA DI MARGARETHE VON TROTTA

BREVE FILMOGRAFIA DI MARGARETHE VON TROTTA

(Da "Il Morandini - dizionario dei film" di Laura, Luisa e Morando Morandini)

Il caso Katharina Blum

Die verlorene Ehre der Katharina Blum (RFT 1975)

REGIA: Volker Schlöndorff, Margarethe von Trotta

ATTORI: Angela Winkler, Mario Adorf, Heinz Bennent, Dieter Laser

* Per aver ospitato un disertore, giovane cameriera tedesca è presa di mira dagli sbirri e messa alla berlina da un giornale popolare, reazionario e scandalistico. Da un libro (1974) di Heinrich Böll. Nell'edizione tedesca il film s'intitola come il libro: L'onore perduto di Katharina Blum. Böll si era ispirato alla campagna di stampa, impregnata di odio e di menzogna, contro Andreas Baader e Ulrike Meinhof, incriminati per azioni contro la sicurezza dello Stato. Nel passaggio dalla pagina allo schermo, i due registi hanno sostituito l'ironia pugnace di H. Böll con una partecipazione emotiva più diretta, senza scivolare nel melodramma né cedere agli effetti, cioè a quella tecnica scandalistica che è il bersaglio della loro critica.

GENERE: Dramm. DURATA: 106' VISIONE CONSIGLIATA: G

CRITICA: 3,5 PUBBLICO: 2

AUTORE LETTERARIO: Heinrich Böll

Il secondo risveglio di Christa Klages

Das zweite Erwachen der Christa Klages (RFT 1978)

REGIA: Margarethe von Trotta

ATTORI: Tina Engel, Sylvia Reize, Katharina Thalbach, Peter Schneider, Marius Müller-Westernhagen

* Con due amici Christa fa una rapina in banca per finanziare un piccolo asilo-nido alternativo dove lavora e ha messo la figlia. Ucciso dalla polizia uno dei due compagni, espatria in Portogallo dove, con l'amica Ingrid che l'ha raggiunta, trova lavoro in una comune agricola. Costretta a ritornare disperata in Germania, è arrestata. È messa a confronto con Lena, un'impiegata della banca presente alla rapina che, mentendo, non la riconosce. 1o film di M. von Trotta che nel 1975 aveva diretto con il marito Schlöndorff Il caso Catherina Blum. I temi e i caratteri del suo cinema sono già tutti presenti: il discorso critico sulla società tedesca; la sorellanza (di sangue o di solidarietà); la posizione privilegiata dei personaggi femminili; la dimensione del Sud; il posto lasciato all'utopia; l'arte di trovare il finale giusto. Il pubblico disconoscimento conclusivo è, per entrambe le donne, una presa di coscienza, un risveglio. Distribuito in Italia nel 1984 in edizione originale con sottotitoli.

GENERE: Dramm. DURATA: 88' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 3 PUBBLICO: 2

Sorelle - L'equilibrio della felicità

Schwestern oder die Balance des Glücks (RFT 1979)

REGIA: Margarethe von Trotta

ATTORI: Jutta Lampe, Gudrun Gabriel, Jessica Früh, Konstantin Wecker

* Due sorelle vivono insieme ad Amburgo, una forte e sana, l'altra debole e malata. Il suicidio della seconda mette in crisi la prima che però, rifiuta la sua parte di responsabilità. Capirà in seguito. Il film pecca per eccesso di psicologismo e di didascalismo: qua e là M. von Trotta carica i dialoghi dei contenuti che non sa esprimere con le immagini, l'azione, i comportamenti. Ottima la direzione delle 3 interpreti principali: infallibile J. Lampe, di dolente intensità G. Gabriel, vivace e irrequieta J. Früh. Un po' sbiaditi i personaggi di contorno sebbene sia memorabile l'incontro di Anna con la vecchia cieca che vive con la sorella. Senza commento musicale, ma con molta musica, da Billie Holliday al seicentesco Henry Purcell.

GENERE: Dramm. DURATA: 95' VISIONE CONSIGLIATA: G

Anni di piombo

Die bleierne Zeit (RFT 1981)

REGIA: Margarethe von Trotta

ATTORI: Jutta Lampe, Barbara Sukowa, Rüdiger Vogler

* Figlia di un pastore protestante, la terrorista Marianne muore in carcere in circostanze dubbie; sua sorella Juliane, progressista e femminista, indaga sulla sua morte, dopo averne preso in custodia il figlioletto. Su un tema che le è caro (il rapporto tra due sorelle), Trotta ha fatto un film di alta tensione morale il cui tema centrale non è tanto il terrorismo nella Germania Federale quanto la presenza del passato e la rimozione che ne hanno fatto i tedeschi per cancellare i loro sensi di colpa. Nella collisione tra il “dentro” privato e commosso di questo rapporto e il “fuori” accidentato della Storia trova momenti in cui etica ed estetica, passionalità e dialettica, commozione e lucidità coincidono senza neutralizzarsi. Ispirato alla storia vera di Christiane Ensslin e di sua sorella Gudrun che nel '77, dopo quattro anni di carcere, trovò la morte per impiccagione nel carcere di Stammheim. Leone d'oro alla Mostra di Venezia.

GENERE: Dramm. DURATA: 106' VISIONE CONSIGLIATA: G

CRITICA: 4 PUBBLICO: 3

Lucida follia

Heller Wahn (RFT 1982)

REGIA: Margarethe von Trotta

ATTORI: Hanna Schygulla, Angela Winkler, Peter Striebeck, Christine Fersen, Franz Buchrieser, Vladimir Yordanoff

* Storia di un'amicizia tra due donne, la moglie forte di un regista e quella debole di uno scienziato. Avvicinandosi tra loro, si allontanano dai rispettivi mariti che, messi in crisi come maschi, non reggono la situazione. È il film più antimaschilista, ma anche più bergmaniano, di M. von Trotta per i modi con cui analizza i rapporti malattia mentale/normalità; narcisismo dell'altruismo/vampirismo della nevrosi; ragione/irrazionale nella vita quotidiana, e per la sapienza con cui collega il tema dell'amicizia femminile con la cultura del romanticismo tedesco. Premeditata sgradevolezza delle figure maschili. Bella simbiosi tra la scura A. Winkler (Ruth) e la chiara H. Schygulla (Olga), ben doppiate da Angela Baggi e Sonia Scotti. Leggerlo dalla parte di Ruth. Dialoghi italiani – con forzature – di Dacia Maraini.

GENERE: Dramm. DURATA: 105' FOTOGRAFIA: Col./BN VISIONE CONSIGLIATA: G

CRITICA: 2,5 PUBBLICO: 2

Rosa L.

Rosa Luxemburg (RFT-Cecosl. 1986)

REGIA: Margarethe von Trotta

ATTORI: Barbara Sukowa, Daniel Olbrychski, Otto Sander, Adelheid Arndt

* Vita, lotte e morte violenta di Rosa Luxemburg (1871-1919), cittadina tedesca che fu uno dei protagonisti della sinistra europea del primo Novecento e che della politica fece la ragione centrale dell'esistenza nonostante gli svantaggi di partenza: donna, ebrea, straniera, non bella. Rendere conto di un'esistenza durata 48 anni e di un convulso periodo storico che va dal terzo congresso (1893) dell'Internazionale socialista alla fallita insurrezione spartachista del gennaio 1919 era impresa da far tremare le vene a uno sceneggiato TV. Farlo in 2 ore di film era impossibile. Corretto, tradizionale, convenzionale per due terzi, apprezzabile nel tentativo di tenere in equilibrio privato e pubblico, emozione e ragione, il film acquista forza nella parte carceraria dove di Rosa L. emergono pazienza e ironia.

GENERE: Biogr. DURATA: 122' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 3 PUBBLICO: 3

Paura e amore

(It.-RFT-Fr. 1988)

REGIA: Margarethe von Trotta

ATTORI: Fanny Ardant, Greta Scacchi, Valeria Golino, Paolo Hendel, Sergio Castellitto, Guido Alberti

* Alla festa dei 18 anni di Sandra nella vecchia casa di Pavia partecipano le due sorelle, il fratello, gli amici. Dagli anni '80 la vicenda si snoda senza grandi scosse né avvenimenti drammatici. Vagamente ispirato a Le tre sorelle di A. Cechov, è un film rispettabile e poco riuscito. Le idee, i sentimenti, gli stessi personaggi sono enunciati più che raccontati. Nonostante gli ingredienti, non lievita mai. Personaggi maschili come larve.

GENERE: Dramm. DURATA: 113' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 2 PUBBLICO: 2

L'africana

(It.-Germ.-Fr. 1990)

REGIA: Margarethe von Trotta

ATTORI: Barbara Sukowa, Stefania Sandrelli, Sami Frey, Jacques Sernas

* Anna ruba l'uomo alla sua amica Martha e se lo sposa. Tornata dall'Africa dove ha fatto il medico per stare vicina all'amica malata, Martha se lo riprende ma poi entrambe lo lasciano e partono insieme. Parlato nell'originale quasi per intero in francese e dedicato alla memoria della poetessa Ingeborg Bachman, è un incrocio tra Bergman e un fotoromanzo rosa con divagazioni terzomondiste e una sdrucciolevole dimensione orientaleggiante e mistica. Nella 1ª parte, la migliore, il contrappunto dei due vecchietti (Jan Biczycki e Alexandre Mnouchkine) ventila il racconto.

GENERE: Dramm. DURATA: 104' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 2 PUBBLICO: 2

Il lungo silenzio

(It.-Fr. 1993)

REGIA: Margarethe von Trotta

ATTORI: Carla Gravina, Jacques Perrin, Paolo Graziosi, Agnese Nano, Alida Valli, Antonella Attili, Giuliano Montaldo, Ivano Marescotti, Ottavia Piccolo

* Storia della moglie (C. Gravina) di un magistrato che, dopo la morte violenta del marito durante un'indagine su un traffico internazionale d'armi, ne prende il posto, scegliendo di fare la stessa fine. Scritto dalla regista con Felice Laudadio che l'ha anche prodotto a costi medio-bassi, è un film che rincorre l'attualità (Falcone, Borsellino, ecc.), cercando di reinventarla o di anticiparla, senza mai raggiungerla. Nella descrizione dell'assurda vita blindata di un magistrato a rischio, la 1ª parte è la migliore. Poi affiora la debolezza di fondo: l'assenza, al di là dei fatti, di un vero conflitto drammatico. Invece di darle un senso, le immagini si limitano a illustrare l'azione. Ne risulta indebolito, per astrattezza e genericità, anche il discorso politico. Autorevole e intensa la Gravina.

GENERE: Dramm. DURATA: 90' VISIONE CONSIGLIATA: T

CRITICA: 2 PUBBLICO: 2

scritto da: cine22 alle ore 23:30 | link | commenti | popup commenti | Top
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mercoledì, 03 marzo 2004

Dogville

Dogville

Danimarca / Svezia / Francia / Norvegia / Olanda / Finlandia / Germania / Italia / Giappone / USA / UK
Regia: Lars Von Trier. Interpreti: Nicole Kidman, Paul Bettany, Stellan Skarsgård, Philip Baker Hall, Ben Gazzara

La storia. Con Dogville prosegue, dopo Dancer in the dark, l'analisi di Lars Von Trier sulla società americana, questa volta degli anni ’30, in piena Depressione dunque, concentrandosi su una piccola cittadina ai piedi delle Montagne Rocciose, che verrà rappresentata in modo singolare: in realtà non esiste, è solo una città disegnata sul palco di un teatro, che dall’alto (come ci viene proposta nella prima inquadrataura del film) sembra una lavagna nera, in cui vediamo solo la sua mappa, fatta di contorni disegnati a gesso delle case, delle vie il cui nome è disegnato per terra, le porte sono solo immaginate (possiamo sentire i cigolii). Una vera rappresentazione teatrale dove gli attori si muovono naturalmente come se Dogville realmente esistesse e in cui solo lo spettatore può vedere l’interno di ogni abitazione, non essendo dotata di alcuna parete. In questa circostanze arriva l’elemento dall’esterno, che cambierà le sorti di una città apparentemente tranquilla, in cui gli abitanti vivono d’amore e d’accordo. Si tratta di Grace, la Grazia, una donna bellissima e misteriosa (la meravigliosa Nicole Kidman) giunta dal vuoto del mondo che circonda il “teatrino” di Dogville e che mai verrà visto, se non simbolicamente nelle fotografie dei titoli di coda, che “mostrano” per la prima volta in tutto il film la “vera America”, commentata dalla canzone di David Bowie, “Young Americans".

L'autore: Lars Von Trier

Nascita: lun apr 30 1956 a: Copenhagen (Danimarca)
Pseudonimo di: Lars Trier


Regista del famoso "Le Onde del destino" (pellicola vincitrice, fra l'altro, del Grand Prix du Jury a Cannes nel 1996, del Cesar come miglior film straniero e con una Nomination all'Oscar ad Emily Watson come attrice protagonista) è considerato uno dei più dotati registi europei. La sua filmografia inizia con "Nocturne" e "Images of a Relief", entrambi girati da studente alla Den Danske Filmskole ed entrambi vincitori del premio come migliore regia al Munich Film Festival nel 1981 e nel 1982. Fra gli altri suoi film "L'elemento del crimine" (1984), "Europa" (1991), e "Epidemic" (1988) oltre alla serie televisive "The Kingdom I" (1994) e "The Kingdom II", presentato a Venezia nel 1997. In occasione del film, "Idioti" (1998) , Von Trier ha preso il voto cinematografico di Dogma evitando gli effetti speciali allo scopo di recuperare la verità, la spontaneità e la capacità di invenzione del mezzo cinematografico. Nel 2000 firma la regia di "Dancer in the dark", Palma d'oro a Cannes per il miglior film e candidato agli Oscar per la migliore canzone originale.

Commenti. Mai visto niente di simile. Il signor Lars Von Trier vince la scommessa che ogni spettatore deve aver lanciato, dopo il primo minuto di film, chiedendosi: ma che davvero ha intenzione di fare tutto il film così? Ebbene sì, lo ha fatto. Von Trier gira due ore e venti minuti all’interno di una cittadina immaginaria che non esiste ma riusciamo a vedere, fa muovere i propri attori all’interno di pareti che loro non possono toccare ma noi immaginare, priva gli spettatori della fisicità delle cose per restituirgliene il senso. Per la prima volta forse, le istanze predicate nel manifesto Dogma 95 (per alcuni aspetti criticabile), trovano una ragione d’essere in quest’opera. L’instabilità visiva delle immagini (dovute alla ripresa a mano) vanno ad inserirsi in un impianto drammaturgico di chiara ispirazione Brechtiana, l’eclettismo registico si fonde con l’astrazione scenografica e abbraccia indissolubilmente lo straniamento cercato e voluto da Lars von Trier. In questo modo l’unico oggetto della visione è l’attore stesso, lo è per il regista nella misura in cui lo è anche per lo spettatore, l’attenzione dello sguardo si sposta sui corpi e le parole, il personaggio in un certo senso non esiste più ma è l’espressione di un concetto di (e per) un uomo. Von Trier lancia una sfida e la vince, scardinando le istanze cinematografiche più ovvie (il tempo e la verosimiglianza su tutte) riesce a creare del cinema puro a teatro. Sui contenuti come al solito sarà polemica. (Davide Catallo - www.blackmailmag.com)






scritto da: cine22 alle ore 16:13 | link | commenti (3) | popup commenti (3) | Top
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La seconda visione: Dogville

La seconda "visione":

"Dogville" di Lars Von Trier

Questa sera ospiteremo in sala la seconda delle "visioni" in programma, opera di un "artigiano" del cinema, certamente l'autore europeo più "visionario" del momento. Abbiamo ancora presente quel senso di vertigine e stordimento che ci assalì in occasione della proiezione de "Le onde del destino", vertigine e stordimento anche fisici, per quella macchina da presa che non ne voleva sapere di stare ferma. Sembra questa una delle cifre stilistiche che rendono maggiormente riconoscibile l'autore, rinforzata e resa assoluta grazie al "voto di castità" pronunciato nel 1995. A questo voto l'autore non intende venire meno, anche se qua e là trapela la smania di infrangerlo, almeno con qualche peccato veniale. Ed ecco, quindi, la splendida fotografia che intervalla, a mo' di sipario, gli atti della tragedia vissuta dai protagonisti delle "Onde del destino", una serie di immagini di una perfezione estrema che rendono conto delle notevoli capacità figurative possedute dal regista e dal suo operatore, costretti ad apparire quasi dei dilettanti della videocamera, operatori della domenica e delle cerimonie di famiglia che immortalano matrimoni, compleanni ed eventi della più banale quotidianità. Lo scatto d'orgoglio dell'artista si materializza in quelle splendide immagini, dove tutto sembra immobile, quasi congelato e dove, tuttavia, a ben guardare, c'è più Vita che nella vita. "A luci accese" commenterò - e spero che anche altri possano essere "autori" in senso etimologico di questo commento - l'esperienza audio-visiva che andremo a vivere questa sera. Buona "visione" a tutti!