Esattamente un anno fa, Lucio Vinciarelli ci lasciava, portando con sé il suo eterno sorriso di fanciullo, la sua semplicità e la sua simpatia. Non ricordo esattamente dove e come c'eravamo conosciuti, forse alla vecchia sede del Colibrì, in corso Garibaldi, uno dei tanti luoghi che Lucio amava frequentare nelle sue abituali peregrinazioni. Amava stare in mezzo alla gente, della quale sapeva cogliere gli aspetti umoristici o grotteschi, che poi trasponeva nelle sue opere, teatrali o poetiche. Una volta mi era capitato di incontrarlo il giorno prima di un provino, non ricordo esattamente per quale ruolo. Gli era andata bene e, da quella volta, mi era capitato di incontrarlo in molte circostanze simili - Lucio, nonostante l'immagine paciosa e rilassata, era sempre pieno di impegni e di progetti. Molte altre volte, dopo i nostri incontri casuali, quei progetti si erano concretizzati, così mi considerava una specie di portafortuna e la cosa, ovviamente, mi faceva piacere. Ricordo il suo funerale, gli amici o i semplici conoscenti con i segni del dolore per quella perdita scolpiti nel viso, non facce di circostanza ma espressioni di un sentimento che Lucio aveva saputo ispirare in ognuno di noi. Il bar Jolly, con i suoi tavolini all'aperto, era uno dei luoghi di incontro preferiti, una specie di ufficio all'aperto in cui si svolgeva molta parte del suo lavoro e prendevano corpo i suoi personaggi. Passare lì mi fa sempre uno strano effetto, mi aspetto di vederlo seduto con la sua cartella appoggiata da una parte, la mano pronta al saluto e la bocca al sorriso. Oggi ho un amico in meno e un sogno in più: poter vedere il suo impegno di artista trovare adeguato riconoscimento in un'iniziativa che coinvolga quanti lo hanno conosciuto e stimato. Sarebbe per tutti noi un modo di avvertire un po' meno la sua assenza.