
La Commissione Pari Opportunità in collaborazione con l’assessorato alla cultura e il Cineclub 22, ha proiettato, al cinema Italia, il film “La sposa siriana” di Eran Riklis con ingresso gratuito. Nel corso della serata è stato illustrato il progetto dell’associazione “DonneMujeres por la Solidaridad (Bolivia) – scuola d’azione per lo sviluppo sostenibile”.
Per quelli della generazione che ha preceduto la mia, cresciuti nel mito del cow boy senza macchia e senza paura, portato sullo schermo dal rude e macho John Wayne, la visione de "I segreti di Brokeback mountain" può essere stata sicuramente un duro colpo a ormai consolidate certezze. Quelli della mia generazione hanno, invece, conosciuto un West e un western a tinte più sfumate, con chiari e scuri che si alternavano nel corso della visione, un western meno manicheo, insomma. Il mio western di riferimento resta l'intramontabile "Butch Cassidy", con Robert Redford e Paul Newman, fuorilegge e rapinatori nella vita, ma con una tale carica di simpatia da costringere anche lo spettatore più renitente a fare alla fine il tifo per loro nell'impari lotta con un intero squadrone di cavalleria. E, se pure la ragione ci dice che, alla fine, avranno la peggio, il cuore, anche in virtù della visione del fermo immagine dell'ultimo fotogramma, continua a sperare in una loro improbabile vittoria nello scontro finale, con appendice di fuga verso l'Australia, alla ricerca di nuove avventure. Ma, adesso, che dire di questa nuova svolta del genere western? Perché, qualsiasi cosa se ne possa pensare, "I segreti di Brokeback mountain" è un film destinato a trasformarsi in una pietra miliare nell'evoluzione di un genere che, a parte la parentesi felice dei film di Sergio Leone, sembrava ormai avere dato da tempo il meglio di se stesso. Invece impariamo oggi, anche se lo sospettavamo da tempo, che nel cinema tutto può essere rinnovato, perfino un genere fortemente codificato come il film di cow boys. Un film è sempre e comunque figlio del suo tempo, una fotografia della realtà attuale, anche se trasportata avanti o indietro nei secoli. Il tempo attuale ci racconta storie quotidiane dai contorni incerti e sfumati, che aderiscono all'immaginario collettivo ben più delle vicende di personaggi degli anni quaranta e cinquanta, quando il confine tra il bene e il male era segnato da una nettissima linea di demarcazione e i buoni e i cattivi potevano facilmente essere identificati dall'abito che, allora sì, faceva anche il monaco. Chi è, oggi, il gentile e compito signore che incontriamo per strada, la altrettanto gentile e compita signora che bussa alla nostra porta? Dottor Jeckill o mister Hide? Solo le loro azioni saranno in grado di svelarcelo. Anche nel rude e selvaggio mondo dei cow boys niente è più come sembra; ci voleva tutta la delicatezza, di cui è impregnata la cultura orientale di Ang Lee, per svelarcelo. Se cambia il mondo cambia anche il cinema, che ne è una naturale forma di espressione, oltre che una sognante rappresentazione. Sta a noi adeguare i nostri criteri di lettura della realtà e di tutto quello che la rappresenta, cinema incluso, se vogliamo andare oltre l'apparenza delle cose.
L'America come catastrofe? Nel vero senso della parola: come "rivolgimento", come "parte della tragedia classica in cui avviene lo scioglimento dell'intreccio". Siamo stati tutti in attesa che l'intreccio si sciogliesse, che avvenisse un ribaltamento della situazione, che poi non è avvenuto. La tragedia, come ogni spettacolo, continua ancora. Parlo naturalmente della tragedia quotidiana del normale vivere, come ce la mostra Michael Moore nei suoi lucidi e perfetti, tecnicamente e stilisticamente, docu-film. L'ultimo, in ordine di edizione, "Fahrenheit 9/11" è stato presentato in rassegna nella prima proiezione, l'altro splendido capolavoro "Bowling a Columbine" è stato proposto in televisione proprio questa sera. Come fare grandi film senza grandi star ce lo mostra proprio Moore, unica vera star delle sue rappresentazioni, che vedono come coprotagonisti presidenti americani in carica e vecchie star imbolsite. Un surgelato Charlton Heston, reduce forse ancora dallo scontro nell'arena con il perfido Messala, campeggia come una tristissima icona di un'America che rifugge dall'idea stessa di catastrofe e, nondimeno, non può sfuggirla. La catastrofe quotidiana, lo stillicidio dei morti ammazzati dalla violenza, non certamente maggiore di quella di altri paesi e di altre società, ma che passa facilmente dall'idea della violenza all'atto stesso, grazie alla profusione di armi di qualsiasi tipo e di qualsiasi calibro che una legge da selvaggio west consente e quasi impone di possedere. Potrà mai l'America liberarsi da se stessa e, soprattutto, lo vorrà mai? (Sergio)
Se permettete, parliamo di cinema. Finalmente, libero da urgenti impegni di fine anno scolastico, trovo un po' di tempo, ripercorrendo a ritroso il labirinto della menoria, per parlare di cinema, a modo mio. Inizierò da quella che per me è stata la visione più recente, il bel film "I diari della motocicletta", che mostra l'intenzione di fare uscire Ernesto Guevara dalla leggenda e riportarlo, finalmente, nella dimensione della Storia generale, passando attraverso la storia-cronaca-diario di una vera e propria educazione sentimentale. Ernesto, poco più che adolescente, parte, infatti per conoscere l'America latina in tutti i suoi più sfolgoranti paesaggi della natura e finisce per scoprire altrettanto sfolgoranti paesaggi, quelli dell'anima, raccolti durante il pellegrinaggio per i gironi infernali di una sofferenza mai esibita, ma sempre proposta come elemento di riflessione. Le immagini dei volti, presentati in inquadrature quasi fisse, in forma di istantanee, al termine del film, testimoniano come l'immaginario individuale di Ernesto, che fa da sfondo alla maturazione della coscienza civile, si sia venuto arricchendo nel corso del viaggio, divenuto un vero e proprio cammino di formazione. Saranno questi i semi, come fa intendere il regista, dai quali germoglierà la coscienza rivoluzionaria di Ernesto, ormai pronto a diventare "Che" e leggenda di se stesso. Cento altre suggestioni potrebbero nascere dalla visione di questo film, che raramente inclina al didascalico, ma la più forte è senz'altro quella suscitata dalle immagini della traversata notturna del fiume, piena di rischi e pericoli, che sottolinea metaforicamente la volontà, ormai matura, di lasciarsi alle spalle il mondo "civile", nel quale, peraltro, Ernesto svolge un'opera senz'altro benemerita, per approdare sulla sponda dei derelitti e dei diseredati, con i quali condividere la propria esistenza e le proprie esperienze di vita. (Sergio)
...perchè...
....perchè quando vado a vedere films storici fatti da registi hollywoodiani rimango sempre un pò deluso. E' come se mangiassi un primo buonissimo ma sciapo. Senza quel pizzico di sale che avrebbe reso il piatto eccezionale, di quale film parlo? ma di TROY naturalmente! Il film scorre bene, gli attori sono bravi e belli e la storia la conosciamo già di perse epica ed eroica eppure invece che vedere un dramma storico ad un certo punto penso di essere alla visione di Beautiful o Sentieri è tutto così soap!!!! Così più che passare il dramma di una guerra politica passa una scaramuccia di sesso...secondo me questi maestri hollywoodiani sbagliano approccio....bho..forse..mumble...mumble...Maurizio D.
...non vi capita mai...
...dicevo..non vi capita mai di andare a vedere ripetutamente i films di un regista che non amate particolarmente (solo a voi perchè ai vostri amici si e anche molto) sperando che sia la volta buona!?! Solitamente i registi che non amo mi passano del tutto inosservati eppure quel certo Sommers mi frega sempre. Sommers, quello della Mummia e Mummia 2 tanto per capirci, riesce sempre a strapparmi di mano quel dannato biglietto. E' vero che a recitare in Van Helsing c'è uno dei miei attori preferiti, Hug Jackman (codice swordfish e x-men 1 e 2) e le premesse per un bel lavoro c'erano tutte. Eppure quando io mi aspetto quel qualcosa in più e spero che in un film come questo per una volta Sommers faccia il serio ecco spuntare gag e situazioni quasi ridicole del tutto gratuite e così mi ritrovo mio malgrado a vedere un film comico quando pensavo di vedere una bella avventura. Giuro che è l'ultimo Sommers che vedo...o..no? Maurizio D.
La nona visione:
"La casa di sabbia e nebbia" di Vadim Perelman
Anche se in ritardo, voglio parlare di questo film che sorprende per la sua volontà di non volersi allineare ai canoni imposti dal sistema di produzione hollywoodiano. E' coraggioso il regista esordiente Vadim Perelman ad affrontare un tema da melodramma, al quale vuole ad ogni costo negare la possibilità di riconciliarsi con il mondo attraverso un ineludibile lieto fine. Anzi, al contrario, Perelman intende andare fino in fondo, fino a farci toccare il punto più basso di ogni esistenza, fino a farci partecipare dell'incommensurabile dolore della vita. Tutte le esistenze che agiscono nella quotidiana tragedia umana vengono completamente sconvolte alla fine della storia: non c'è e non ci sarà mai salvezza. Per nessuno. Il percorso delle vicende umane narrate dal film è quello della grande tragedia classica: tutto è perduto fin dall'inizio, inutile e pericoloso opporsi ai decreti del fato, ineludibili e inamovibili. Tutto va come deve andare, malgrado le nostre migliori intenzioni: le nostre azioni non possono sottrarsi alla volontà del destino. La nostra esistenza è essa stessa "sabbia e nebbia": sostanze fragili e incorporee delle quali ci ammantiamo e ci facciamo scudo. Inutilmente, perché, come ci ricorda Shakespeare, "siamo fatti della stessa sostanza dei sogni".
Perchè?
Perchè, signor Stephen Sommers, proprio lei che asserisce di essere stato sempre affascinato dai classici del cinema horror in bianco e nero, da quei mitici film che con pochi mezzi, pochi effetti, hanno scolpito per sempre la parola "terrore" nei nostri occhi, perchè deve sempre appropriarsi di questi stessi personaggi e trasformarli in roboanti attrazioni da lunapark dolbysurround/multisala? Perchè deve sempre inserire personaggi "comici" che hanno l'effetto di Cico in Zagor? Non basta la morte della protagonista femminile (una in meno da scritturare per il sequel) a scongiurare l'effetto "è tutto finto".
E' questo il problema, forse per esorcizzare le sue paure di bimbo al cinema lei ha bisogno di rileggere questi personaggi togliendoli per sempre dalla loro aura di spavento... peccato... un altra occasione persa.
Art
p.s. David Wenham è comunque più in parte a fare il frate/farlocco che Faramir!!
L'ottava "visione":
"Lost in translation" di Sofia Coppola
"Lost in translation": ovvero "L'amore tradotto". Pessima traduzione che fa veramente perdere il senso profondo e recondito, quasi allusivo, del titolo. Allude forse alla impossibilità di "tradurre" l'innamoramento di una coppia in amore dopo il matrimonio, quello che si giura eterno e indissolubile? "Tradurre", a ben guardare, richiama alla mente il termine carcerario usato per indicare il trasferimento in carcere di un detenuto: che la coppia, una volta sposata, divenga il carcere dell'amore? Sia come sia, il film sembra enunciare la verosimile impossibilità di mantenere vivo ed ardente un sentimento profondo, quale è l'amore, all'interno di una coppia sposata, non importa da quanto tempo. Una volta passata l'euforia dell'innamoramento e stabilizzato, per così dire, il legame con il vincolo dell'ufficialità del matrimonio, laico o religioso che sia, tutto sembra svolgersi all'insegna di quella che, nelle vicende narrate dai film di Antonioni, veniva definita con il termine "incomunicabilità". La coppia parla, ma non comunica, come, emblematicamente, avviene tra il regista giapponese e Bill Murray nella sequenza della realizzazione dello spot. Né d'altra parte l'intervento della traduzione, vista come opera di mediazione tra due lingue, e soprattutto tra due culture, può sopperire alle carenze di una imperfetta e spesso improbabile comunicazione. Per non perdere nulla nella "traduzione", suggerisce il film, bisogna voler conoscere ciascuno la lingua e, soprattutto, la modalità comunicativa dell'altro, senza mediazioni né intermediazioni. Il terreno di incontro diventa quindi quello dell'agire, attraverso il quale la comunicazione fluisce in maniera immediata - non mediata - un'azione ludica e spesso terapeutica, come accade durante l'innamoramento. Più che la storia di un incontro tra un uomo di mezza età, sornione e disincantato, e una giovane donna sulla soglia del disincanto, si tratta, dunque, di una vicenda simbolica, resa universale dall'intento di affrontare un tema, la comunicazione nella coppia, che travalica i sessi, le età, le culture. Rappresentando attraverso personaggi che diventano simboli e immagini, un malessere che cerca la sua cura nella immersione nella vita quotidiana, peraltro senza successo, la regista parla di sé e della sua esperienza di vita vissuta con estrema delicatezza, senza finzioni, mettendo a nudo i propri sentimenti e la propria anima come solo i grandi autori della Nouvelle Vague hanno saputo fare. Un film più europeo che americano, quindi, nel quale l'ambientazione esotica, sottolineata da immagini a volte da cartolina, risulta poco più di un pretesto. Lasciare aperto il ventaglio di tutte le possibilità, attraverso quelle parole sussurrate all'orecchio nel finale, incomprensibili allo spettatore, è l'invenzione che ci consente di abbandonare la sala portando nel cuore il calore di una speranza, sufficiente a rinnovare in ciascuno quel desiderio di comunicare e conoscere che l'irrequietezza ansiosa, che pervade la nostra quotidianità, vorrebbe estinguere.
...solo lui...
.....solo lui poteva concepire una storia così emozionante come KillBill. Quel genio di Tarantino è tornato alla grande. Il film diviso in due parti è comunque da considerarsi uno solo. Scorre così velocemente che quando arriva la fine non ci credi, tutti gli attori da U. Thurman al bravo Carradine concorrono al suscitare emozioni stupefacenti. Era come andare da bambini alle giostre che non volevi mai scendere ugualmente alla visione di KillBill si rimane a bocca aperta per le geniali trovate e per le geniali caratterizzazioni dei vari personaggi. Anche le scene più incredibili diventano reali sale l'adrenalina per i combattimenti, ti emozioni per i dialoghi taglienti, spigolosi e veloci e ti rammarichi quando scorrono i sadici titoli di coda! Maurizio D.
...e se....
.....fosse la parola REDENZIONE l'unica chiave di lettura del film La casa di sabbia e nebbia?! Io ci ho pensato a lungo e ancora non ne sono sicuro ma non vedo altra via d'uscita! La casa punto di riferimento di vite spezzate diventa pretesto per una nuova partenza. Per il colonello rappresenta una speculazione economica necessaria al mantenimento di quel tenore di vita tanto ostentato, per la ragazza (la proprietaria) è l'unico punto saldo e per il poliziotto è la possibilità di ricreare un legame familiare. Quando tutto va per il verso sbagliato, quando tutte le vite sembrano collassare e sgretolarsi senza un briciolo di speranza all'orizzonte e quando tutti i spettatori non vedono altro che disgrazia io intravedo la redenzione. Redimere un passato da militare non proprio trasparente, redimere una vita da moglie poco partecipe della vita e problemi familiari, redimere mesi di alcool e droghe e allora ecco il colonnello accogliere "l'uccellino smarrito" in casa propria, ecco capire che più di una casa materiale si ha bisogno di una casa di affetti. Anche il tragico epilogo mi porta a pensare che senza quegli affetti per noi importanti non si ha bisogno di una casa da abitare tanto. Maurizio D.
I Post di Art/4
Maratona Kill Bill.
Io c’ero.
Giudizio globale: un ottimo film.
Quando sono uscito dal Vol.1 ero piacevolissimamente sconvolto, ma c’era qualcosa che mi mancava, e solo ieri ho realizzato cosa.
Chi ha presente Le Iene e Pulp Fiction non potrà non ricordare le lunghe sequenze di dialoghi (ad esempio quella nel fast food che coinvolge tutti i “Mister Colore” all’inizio de Le Iene oppure le tirate bibliche di Samuel Jackson in Pulp Fiction), bene, questi dialoghi erano totalmente assenti in KillBill Vol.1.
Semplicemente perché erano in KillBill Vol.2.
L’unica critica, dunque, che mi sento di muovere a Tarantino, alla distribuzione o a chiunque ne sia stato responsabile, è la suddivisione forzata del film in due parti.
Sono profondamente convinto che chi vedrà la sola seconda parte ne uscirà “un po’ deluso” specialmente se sarà entrato aspettandosi “la risposta definitiva di Tarantino a Matrix.”
Tarantino non è un produttore di videogames d’azione per multisale. E’ un regista, che pesca nelle proprie passioni per scrivere film che sono omaggi riveriti e rispettosi a quanti hanno costruito il suo background fantastico.
E KillBill è un meraviglioso omaggio a Sergio Leone e i western spaghetti, all’intera cinematografia di Hong Kong, il tutto “in salsa Tarantino”.
Ogni piano sequenza, ogni inquadratura, ogni montaggio è studiato e si vede, nulla è lasciato al caso, e questo permette di rivedere il film, magari in dvd proprio per apprezzare particolari sfuggiti alla prima visione di impatto emozionale potente.
Non dico altro, non svelo finale, ma vi invito a vedere, se possibile, i due film insieme prima di giudicare e di divertirvi a cogliere citazioni, omaggi e quant’altro fanno di questo film cinematografia allo stato puro.
Grazie, signor Tarantino.
Art
P.S. Non dimentichiamo che insieme al signor Tarantino questo film è stato voluto e scritto da Uma Thurman, alla quale dobbiamo il fil rouge della maternità (l’attrice era incinta quando l’ha scritto) che rende la storia molto più intima di quanto ci si potesse aspettare, oltre ad elevare le donne ad un livello superiore di protagonismo, livello al quale viene assurto solo Bill, tra tutti gli altri uomini presenti nel film.
A volte è un attimo......
......e ci si trova a condividere pensieri ed emozioni insieme a qualcuno che non conosci ma che per inspiegabili affinità senti più vicino di altre persone che fanno parte della tua vita da sempre! Lost in traslation di S.Coppola mi ha fatto vivere o meglio rivivere quello che a volte la vita ci regala....istanti preziosi da portare sempre con se. La storia dei due protagonisti è la storia di due solitudini che si incontrano e si ritrovano a percorrere insieme pochi ma intensi attimi di vita. Non è passione sessuale quella che li coinvolge ma il desiderio di comunicare uno stato d'animo che persone accanto da tempo (lui 25 anni di matrimonio) non afferrano. Anche il bacio scambiato all'ultimo momento non è altro che un farsi coraggio a vicenda, il continuare a vivrere le proprie vite sapendo che non si è soli e non ha importanza se quella persona è un lui o una lei se è un giovane o dolce vecchietta......... Maurizio D.
I Post di Art/3
Davididonatello...
Uno si trova ad inseguire un film tra la televisione e il cinema, se lo perde intuendo che gli sarebbe piaciuto e poi lo trova a trionfare ai David di Donatello.
A me è capitato con “la Meglio Gioventù”
Certo che i Muccino non sono molto simpatici ai giurati del premio, l’anno scorso grossa botta al maggiore e stavolta sonora legnata al piccolo dalla parlata “blesa”.
Felice che Castellitto si sia preso un premio per Non Ti Muovere, il libro l’ho finito con fatica, e forse vedrò il film.
Polemico per il premio alla Cruz (perché non la Sansa o la Maglietta?), assolutamente d’accordo per il premio a Herlitzka in un film che mi ha colpito (vedendolo ricordavo come mi sentivo io liceale a quell’epoca…).
Sono in totale disaccordo con il tono della premiazione (intendo quello prima delle notizie irachene) e permettetemi di dire che mai a Berlino, a Cannes o all’Oscar inviterebbero una PERACOTTARA come la signora Anna Barbera/Sconsolata che ha ripetuto in scena le stesse battute di bassissima lega che poi le toccavano nello spezzone di film della sua nomination (insomma, se non tratta volgarmente di sesso e non mette un “caz” da qualche parte non parla).
Prima sbandieriamo gli Oscar del Cinema Italiano e poi ci comportiamo come dei provinciali.
Benigni ultimamente ci ha abituati ad essere privo di mordente, e poi ha le attenuanti del casino iracheno piombato su tutto.
Spielberg, però, è stato grande, non lesinando né sentimento né critiche sulla guerra, ma, soprattutto, facendoci sognare riportandoci al vecchio grande cinema italiano di cui, bontà sua, dice di sentirsi debitore.
E’ stato un piacere vederlo per qualche minuto vicino alla Mummia (ehm, Pippo Baudo), che nemmeno la sua sacerdotessa preferita Autieri è riuscita a resuscitare, nel ricevere un premio oltre al cavalierato datogli da Ciampi.
Prova che se uno fa il regista e si cimenta in diversi generi, senza limitarsi a sfruttare solo i merchandising delle saghe diventa poi un icona del cinema, nel bene e nel male.
Capito signor Lucas?